Frequenze licenziate: la battaglia di tutti per una Rete più libera

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Uguaglianza e crescita del mercato delle tlc in Italia: questo l’obiettivo della battaglia di Assoprovider per la riduzione dei contributi ministeriali per le licenze d’uso di frequenze licenziate. Una battaglia che riguarda sì i piccoli e medi operatori delle tlc, vessati dai costi proibitivi delle frequenze, ma che in realtà interessa tutte e tutti i cittadini italiani: tagliare questi contributi porterebbe infatti a una crescita del mercato, a più opportunità di lavoro in un grave momento di crisi, alla riduzione del digital divide, grazie all’incremento della banda disponibile sulle dorsali dei provider Internet, e a una connessione più veloce, per favorire DAD e smart working.

La nostra battaglia

Assoprovider è in prima linea per tagliare il costo proibitivo delle frequenze licenziate per gli internet service provider, che provoca una distorsione di mercato a danno delle piccole e medie imprese delle tlc, influendo anche sul servizio ai cittadini.

Ma quanto sono elevati, esattamente, i costi per le frequenze licenziate in Italia?

Lo ha spiegato Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider:

«Il costo delle frequenze punto punto provoca una distorsione del mercato. Il meccanismo di sconto sulle quantità, secondo il quale più clienti un operatore ha e più sconto ha sulle frequenze, provoca una differenza del 400% tra il contributo amministrativo pagato da un piccolo operatore e quello pagato da un grande utilizzatore dello stesso identico bene pubblico».

Per fare un paragone, consideriamo poi che nel nostro Paese i contributi amministrativi sono i più alti d’Europa, arrivando fino a 10 volte di più rispetto ad altre nazioni. 

Tutto questo malgrado non stiamo parlando di risorse scarse: in Italia, infatti, le frequenze licenziate punto-punto utilizzate rappresentano meno del 2 per cento della disponibilità totale. 

Assoprovider ha già portato avanti diverse azioni concrete per ridurre questo iniquo stato di cose. La prima mossa, una lettera al ministro dello sviluppo economico, Stefano Patuanelli, lo scorso ottobre, in cui l’associazione dei provider indipendenti chiedeva di estendere lo sconto del 75 per cento previsto per l’utilizzo delle frequenze punto-punto, anche agli operatori con meno di 50mila utenti, per favorire quindi piccoli e medi operatori.

Il secondo passo in avanti concreto è stato la presentazione di un emendamento alla legge di Bilancio, grazie al supporto del deputato Michele Gubitosa, per ridurre il contributo per le frequenze licenziate ai piccoli operatori. Nello specifico, l’emendamento prevedeva questa ripartizione dei costi delle frequenze:

  • 2 euro per ogni MHz nella gamma di frequenza superiore ai 14;
  • 4 euro per ogni MHz nella gamma di frequenza tra un valore pari o inferiore a 14 Ghz e un valore pari o superiore a 10 GHz;
  • 8 euro per ogni MHz nella gamma di frequenza tra un valore inferiore a 10 GHz e un valore pari a 6 GHz;
  • 16 euro per ogni MHz nella gamma di frequenza inferiore a 6 GHz.

 Non solo provider: ecco i vantaggi per tutte e tutti

La battaglia di Assoprovider sulle frequenze licenziate non favorisce solo i piccoli e medi provider, ma tutti i cittadini. Se l’associazione vincesse, potremmo ottenere:

  • Aumento delle connettività FWA (Fixed Wireless Access) erogata a milioni di cittadini;
  • Maggiore qualità della connessione nelle cosiddette aree “a fallimento di mercato”, favorendo così DAD (Didattica a Distanza) e smart working;
  • Abbattimento del Digital Divide che blocca l’ascensore sociale in alcune aree del Paese;
  • Salvaguardia dei posti di lavoro del settore, con la creazione di nuove opportunità occupazionali.

Ce lo chiede l’Europa

Un altro punto focale della battaglia di Assoprovider riguarda le nuove regole introdotte dalla Direttiva (UE) 2018/1972, che istituisce il codice europeo sulle comunicazioni elettroniche, entrata in vigore il 20 dicembre 2018. 

La Direttiva prevede, all’articolo 16, “la facoltà di non applicare i diritti amministrativi alle imprese il cui fatturato è inferiore a una determinata soglia o le cui attività non raggiungono una quota minima di mercato o hanno una portata territoriale molto limitata”. In sostanza, l’Europa è consapevole dell’importanza dei provider piccoli e medi, soprattutto per i territori “a fallimento di mercato” e suggerisce quindi, per loro, l’azzeramento dei contributi amministrativi. Un indirizzo che stride con la situazione attuale italiana dove, come accennato, i piccoli e medi operatori sono costretti a pagare il 400% in più rispetto ai grandi operatori.

Inoltre, gli importi richiesti risulterebbero ingiustificati. Il nuovo codice, infatti, specifica che i diritti amministrativi possono coprire “i soli costi amministrativi sostenuti per la gestione, il controllo e l’applicazione del sistema di autorizzazione generale, dei diritti d’uso e degli obblighi specifici”. Infine, tali contributi “sono imposti alle singole imprese in modo obiettivo, trasparente e proporzionato, che minimizzi i costi amministrativi aggiuntivi e gli oneri associati”.

La norma doveva essere recepita dagli Stati membri entro il 21 dicembre 2020. In Italia, si è proceduti con legge di delegazione europea, approvata con modifiche dal Senato, a ottobre, e trasmesso poi alla Camera dove è stata approvata il 2 novembre. Il disegno di legge stato infine assegnato alla XIV Commissione Politiche UE in sede Referente, che l’11 novembre 2020 ha iniziato l’esame congiunto dei provvedimenti.