[APodcast] Assoprovider e la battaglia dei piccoli contro i grandi (e la legge del più forte)

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Le battaglie di Assoprovider sono battaglie di tutti. Il Digital Divide, il principale nemico dell’associazione dei provider indipendenti, è infatti un enorme ostacolo allo sviluppo economico, sociale e culturale del Paese.

Tante le battaglie combattute negli anni da Assoprovider, tante battaglie che vogliamo condividere e comunicare con il podcast “Battaglie della Rete”, realizzato con il contributo di SICE Telecom, TP Link e AVM e il supporto editoriale di Radio IT.

Già trasmessi i primi due episodi del podcast, che qui riassumiamo.

Alle origini di una sfida

Un gruppo di ragazzi che si riunisce in un sottoscala dei palazzi della politica romana: questa è la genesi di Assoprovider a Roma, nel 1999. Quei ragazzi volevano combattere battaglie contro logiche di potere e spartizione, contro i grandi carrier e compagnie telefoniche, a discapito dei piccoli provider, che volevano invece diffondere Internet in tutta Italia. 

È la battaglia, appunto, contro il digital divide, quel divario tra le zone, e quindi le persone, che hanno accesso a un collegamento veloce e chi non ce l’ha. I provider indipendenti, oggi come allora, contribuiscono a portare Internet – e quindi cultura e sviluppo – in quelle aziende, enti, scuole e privati dove i grossi operatori spesso non arrivano, perché si tratta di aree a fallimento di mercato.

Dalla “trincea dell’indipendenza”, oggi ad Assoprovider aderiscono 250 aziende, con 2.500 dipendenti in totale e un fatturato aggregato di 250 milioni di euro l’anno, con 700mila utenze servite in tutta Italia.

La nostra battaglia, quella di abolire il digital divide, ha come corollario un secondo obiettivo: favorire lo sviluppo armonioso di Internet in Italia”, spiega Antonella Oliviero, consigliere Assoprovider, durante il podcast.

Oggi questa battaglia si concentra soprattutto sui costi delle frequenze licenziate per i piccoli operatori. Assoprovider ha già presentato, sul tema, un emendamento all’allegato 10 del Codice delle Comunicazioni.

L’allegato impone un costo sulle frequenze licenziate di ben 6mila euro l’anno, insostenibile per un piccolo provider che garantisce servizi Internet a volte a soli dieci utenti che possono sostenere una spesa di circa 3/400 euro annui. Utenti che non possono rivolgersi altrove, proprio perché i provider indipendenti arrivano laddove i grandi operatori non hanno interesse a investire.

Non solo. Le grandi aziende del settore sono ulteriormente avvantaggiate dalla legge: chi sfrutta infatti più frequenze ha uno sconto del 75% sul contributo amministrativo, pagando quindi 1.500 euro l’anno. 

Per fare un confronto, infine, lo stesso tipo di contributo arriva a circa 700 euro l’anno in Francia, quasi dieci volte meno di quello italiano. 

Stiamo parlando di un bene pubblico”, spiega Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, “che quindi dovrebbe essere gestito in modo equo e non discriminatorio. Ma in realtà, proprio l’allegato 10, fissando tale sconto quantità, si rende incompatibile con il concetto di ‘non discriminazione’”.

Si tratta di una battaglia che riguarda tutti, perché, come spiega ancora Bortolotto, “noi crediamo che la concorrenza faccia bene al mercato e agli utenti finali soprattutto”.

Clicca qui per ascoltare il primo episodio:

Pandemia e Digital Divide

Il tema del Digital Divide si impone con ancora maggiore forza in tempi di pandemia. Con lo svuotamento dei grandi centri lavorativi e la didattica a distanza, infatti, ancora di più è stata avvertita l’esigenza di portare banda larga e ultralarga anche nei comuni più piccoli.

I provider indipendenti già lo fanno, attraverso la cosiddetta FWA (Fixed Wireless Access), cioè la connettività radio realizzata da postazione fissa. Armandosi di tutte le infrastrutture necessarie (hardware, postazioni, antenne, etc.), i piccoli operatori hanno allora erogato in questo modo servizi di accesso anche a quei piccoli centri che si considerano del tutto isolati, per consentire a tutte e tutti di lavorare in smart working e seguire la didattica a distanza.

Anche qui, spesso i grossi operatori non arrivano e quindi, in questa crisi epocale, “noi piccoli operatori abbiamo velocemente contribuito a creare per tante persone, scuole, comuni, delle connessioni sufficienti per collegarsi alle attività di smart working e DAD. Spesso anche in soli due giorni siamo riusciti a garantire una connessione di qualità”, ha spiegato Oliviero nel secondo episodio del podcast “Battaglie della Rete”.

Anche su questo punto ritorna il nodo dell’emendamento dell’allegato 10: modificandolo, la tecnologia FWA potrebbe “spostarsi” dalle frequenze libere a quelle licenziate, per ottenere un ulteriore miglioramento della qualità della connessione. Emendamento per cui non occorre nemmeno un complicato iter di approvazione: basterebbe l’accordo tra il Ministero dello Sviluppo Economico e quello dell’Economia.

L’appello conclusivo di Bortolotto è molto chiaro. Sono i piccoli provider a conoscere perfettamente i territori in cui operano e ad avere l’agilità giusta per erogare servizi all’avanguardia anche nei piccoli centri. Pensiamo al 5G: nessuno dei grandi operatori mobile investirà in queste aree isolate. I piccoli provider, spiega il presidente Bortolotto, “possono allora erogare reti 5G anche dove nessun operatore mobile arriverà mai”. Chiede allora al ministro per lo Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, “di dare seguito ai tanto proclamati principi della valorizzazione e tutela del territorio: questi territori hanno il diritto di ricevere i medesimi servizi di chi abita nel centro di Milano e Roma”.

I provider indipendenti sono pronti alla sfida.

Clicca qui per ascoltare il secondo episodio:

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