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«Aste 5G inutili e dannose per l’interesse collettivo se non si fa pulizia nel settore», il punto di Dino Bortolotto

Primo giorno per l’asta per il 5G (13 settembre). Telecom, Fastweb, Vodafone, Wind… sono i soliti noti che provano ad aggiudicarsi le licenze per le “autostrade dell’etere” fino al 2037: «Ancora una volta si replica il vecchissimo schema di assegnazione di un bene pubblico ai soliti monopolisti. Nessuno si è chiesto come coinvolgere in questo processo gli Internet Service Provider», denuncia il presidente di Assoprovider, Dino Bortolotto.

In quest’intervista racconta qual è la posizione di Assoprovider sul tema e perché l’asta per il 5G è uno “specchietto per le allodole” che “butta sotto il tappeto” le tante forme di discriminazioni che caratterizzano il settore delle telecomunicazioni in Italia.

Perché il tema dell’asta per il 5G è emblema di una questione più importante?

«L’Europa da anni ci dice che le assegnazioni esclusive di frequenze devono cessare. E invece ci ritroviamo ancora una volta di fronte a una cattiva gestione dello spettro elettromagnetico in Italia, che viene dato in uso esclusivo a pochi soggetti. Senza coinvolgere gli altri player del mercato, come gli Internet Service Provider. Si replica così lo schema di altre concessioni pubbliche, vedi il disastro di autostrade a Genova. Quando un bene collettivo va nelle mani di poche aziende, si finisce per offrire servizi sempre più scadenti ai cittadini».

Quindi ha poco senso parlare di assegnazione di frequenze 5G se non si fa chiarezza nel settore?

«Esatto. La gestione dello spettro elettromagnetico in Italia è sbagliata da 30 anni, da quando si cerca di far prevalere l’interesse di un soggetto privato rispetto a quello della collettività. Dall’assegnazione catastrofica delle frequenze broadcast per uso televisivo, è nata poi la gestione, ancora peggiore, di quelle punto a punto».

Portare chiarezza nell’assegnazione delle frequenze punto a punto è uno dei pilastri del programma di Assoprovider. Perché queste frequenze interessano così tanto gli Internet Service Provider?

«Le frequenze punto a punto servono per interconnettere i punti finali della rete. Si tratta di un bene che ha un numero elevato di potenziali utilizzatori. A differenza di altre frequenze, un collegamento punto a punto può essere utilizzato migliaia di volte da diversi soggetti. Ora la gestione economica di queste frequenze, è scandalosa. Gli Internet Service Provider sono gli unici a doverne pagare l’uso per intero. Secondo l’attuale allegato 10 del codice delle comunicazioni, facendo 100 quanto pagato annualmente da un ISP di contributo amministrativo, per l’utilizzo di una stessa frequenza un operatore di telecomunicazione pagherà  25, mentre un operatore televisivo tra 5 e 10».

Insomma, una discriminazione vera e propria?

«L’Italia è il Paese che fa pagare le punto a punto più di tutti, due volte di più della Polonia che è il più caro tra i paesi della Comunità Europea . Se vado in Inghilterra, lo stesso servizio costa un decimo tanto per fare un raffronto. Gli Internet service provider non solo sono i più svantaggiati economicamente perché sono gli unici che pagano l’intero contributo, ma lo sono anche in termini di procedura di assegnazione delle frequenze. Gli operatori mobili, per esempio, possono usare una frequenza punto punto facendo una dichiarazione a posteriori, senza dover fare alcuna richiesta preventiva al MISE. Al contrario, tutti gli altri operatori devono fare domanda ed attendere la comunicazione di assegnazione. La nostra categoria è svantaggiata perché non ha il potere, come le altre, di farsi fare leggi su misura. Per questo, sosteniamo che l’asta 5G dovrebbe essere preceduta da una bella pulizia nel settore delle frequenze».

Alla fine i più svantaggiati sono i cittadini?

«Sì e te lo spiego con un esempio. Stando alla situazione attuale, come Internet Service Provider devo pagare l’uso di una frequenza punto punto  con cui portare ad esempio 100Mb/s circa 5mila euro l’anno. Se potessi pagarne 500, come il gestore di una tv del digitale terrestre, potrei portare ai medesimi prezzi praticati nelle città la banda larga anche ad una comunità composta di soli 10 utenti che risiedono, magari,  in una zona in cui è forte il digital divide. Al contrario, se sono costretto a pagarne 5mila, non ci sono i margini economici per farlo, ».

Quanto conviene allo Stato mantenere dei prezzi così alti?

«Non gli conviene per nulla, anzi danneggia le sue casse. Da dati del MISE sappiamo che in Italia  sono utilizzate più di 100mila  frequenze punto punto su un numero totale di potenziali utilizzi che abbiamo calcolato essere di circa 10 milioni. In pratica stiamo utilizzando solo  l’1% di quelle disponibili. È come se un albergatore avesse 100 camere ma decidesse di affittarne solo una a un costo spaventoso, invece che tante a un costo minore».

Molti cittadini sono quindi privi di una connessione digitale anche perché lo stato mantiene alti i contributi amministrativi di un bene collettivo territoriale (le frequenze radio confinate a quel territorio)  essenziale per abbattere il digital divide proprio nei territori a bassa densità abitativa che spesso sono completamente abbandonati dagli operatori più grandi». .

Quali sono le proposte di Assoprovider per regolamentare il settore?

«Dialogheremo con il Ministero dello Sviluppo Economico per rendere trasparenti i dati delle punto a punto. Quanti soldi dà Telecom, Vodafone e altri, per occuparle? Poi ribadiremo la  nostra controproposta che esiste già ed è un emendamento semplicissimo: equiparare il canone del contributo amministrativo pagato dai Service Provider a quello degli operatori televisivi. Non chiediamo di avere tariffe speciali, ma perché dobbiamo essere svantaggiati rispetto agli altri?».

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